Doświadczyński nostro contemporaneo
Luigi Marinelli (“Sapienza” Università di Roma)

Doświadczyński nostro contemporaneo
Luigi Marinelli (“Sapienza” Università di Roma)

I polonisti stranieri sono abituati (e, se non lo sono, sarebbe meglio che si abituassero) a far propria la considerazione della letteratura polacca come di una letteratura “minore”. Accettare “gombrowiczianamente” un tale punto di vista significa infatti da una parte rivendicare la dignità di tutte le letterature, anche quelle cosiddette “minori”[1]. Chi scrive è peraltro convinto che tutte le letterature lo siano, a fronte della “Letteratura” nel suo complesso, cioè quella particolare branca della cultura umana che ha a che fare – in tutte le epoche e in tutte le lingue –  con la scrittura creativa e con la durata nel tempo (della lettura e fruizione) di certi testi – scritti e orali – piuttosto che di altri. D’altra parte, accettare che si consideri “minore” una letteratura come quella polacca offre allo studioso altre due preziose opportunità:

  • cercare di convincere i “nativi” polacchi della relatività spazio-temporale del loro punto di vista, che cioè Słowacki wielkim poetą był, sì, ma magari solo per loro e quei (non molti) altri che lo conoscono;
  • che i giudizi di valore sulle opere, e perfino sull’insieme di una data letteratura, possono sempre essere discutibili e discussi, confutati e perfino rovesciati.

Il punto di vista – nel mio caso – di un polonista straniero, insomma, assomiglia a quello del protagonista del romanzo che sarà qui al centro delle nostre riflessioni, Mikołaj Doświadczyński, il quale – dopo aver conosciuto terre, persone e visioni del mondo lontane da quelle della propria origine e presso cui era stato educato – fa comunque ritorno alla sua dolce patria / “sweet home”, sì, ma trasformato, dal viaggio e dalle esperienze che porta simbolicamente nel suo stesso cognome, con una nuova consapevolezza, cioè, e un nuovo, forse più equilibrato senso delle cose, se non avesse avuto quegli altri termini di paragone.

 

§§§

Nel triennio 2001-2003, l’Editore Einaudi di Torino, storicamente il più importante editore di cultura nell’Italia del dopoguerra, pubblicò un’opera a carattere enciclopedico molto importante in cinque volumi, intitolata Il romanzo, a cura di Franco Moretti, comparatista alla Stanford University e fratello del noto regista Nanni Moretti. Nel 2004, anno dell’ingresso della Polonia nell’Unione Europea, dopo mezzo secolo dalle precedenti in Italia, uscì sempre presso Einaudi, la nuova Storia della letteratura polacca, a cura di chi scrive. Le due opere ovviamente non avevano quasi niente a che vedere l’una con l’altra e certamente casuale è anche il fatto che fossero state pubblicate dallo stesso grande editore. Ciò che si deve maggiormente sottolineare, infatti, è che la prima delle due – pur essendo un’opera di impianto “universalistico” – non trascurasse il romanzo polacco, e anzi contenesse ben due articoli dedicati esplicitamente a opere narrative della letteratura polacca: nel V volume (Lezioni) quello di Fredric Jameson, Il borghese fuori posto[2], poi pubblicato in inglese col titolo A Businessman in Love[3]:

Nel suo bel saggio, Jameson si lanciava all’inizio in un’invettiva che non può non far piacere al lettore polonista o comunque polonofilo:

 

CITARE LA VERSIONE INGLESE!

Kiedy zastanawiam się, dlaczego tak niezwykła powieść, jak Lalka Bolesława Prusa (Aleksandra Głowackiego) jest tak mało znana, tak rzadko czytana na Zachodzie, pierwsza, nieuchronnie się nasuwająca odpowiedź wskazuje na język polski jako tzw. język „małej mocy” (small-power languages). Nie zmienia tego fakt, że jest to najstarszy słowiański język literacki, z bogatą literaturą renesansową datującą się od czasu, kiedy Polska była największym krajem w Europie; język, który szczyci się najznakomitszym romantycznym poetą europejskim (jego poezja odegra ważną rolę w Lalce)[4].

 

L’altro saggio dedicato a un romanzo polacco nella silloge di Franco Moretti era per l’appunto, nel III volume (Storia e geografia), quello di Helena Goscilo, Polonia 1776. Ignacy Krasicki, Le avventure di Niccolò d’Esperientis, che fin dalle prime righe sottolineava, quasi a mo’ di provocazione, che „il 1776 vide la nascita non solo degli Stati Uniti ma anche del romanzo polacco, con le eleganti Avventure di Niccolò d’Esperientis di Ignacy Krasicki”[5]. Helena Goscilo, slavista e comparatista presso la Ohio State University,  aveva del resto già introdotto con un più ampio articolo la versione americana del romanzo di Krasicki, dove rivendicava la piena europeicità del primo romanzo polacco, originale pur nella sua allora scontata imitazione dei precedenti modelli inglesi e francesi:  “The Adventures is read most fruitfully in the context of West European literature on which it drew heavily for inspiration at a time when fiction was thoroughly cosmopolitan and ther concept of originaly had yet to esatblish itself”[6].

Oggi mi chiedo se il fatto che io avessi tradotto in italiano il romanzo di Krasicki nel 1997 non abbia in qualche misura influito all’epoca sulla decisione di Franco Moretti di inserire nell’opus magnum da lui curato un articolo dedicato proprio alle Avventure di Niccolò d’Esperientis e, fra la presunzione di una risposta tutta affermativa e la forse eccessiva modestia di un parere che attribuisca solo al caso una tale coincidenza, preferisco pensare che vi sia stata una congiunzione astrale favorevole tra la fattiva sensibilità di un comparatista e di una slavista di origini europee, ma entrambi operanti negli Stati Uniti (Moretti e Goscilo), e il punto di vista, allora come ora, di un polonista italiano, che – anche di contro i pareri invalsi dei più e lo stesso canone scolastico in Polonia –  intendeva e intende considerare il primo romanzo polacco non opera minore di una letteratura minore, ma opera interessante, divertente, istruttiva, attuale, e quindi “utile e dilettevole” anche per noi oggi. Il romanzo di Krasicki rappresenta infatti il brillante inizio di una tradizione narrativa otto-novecentesca al tempo stesso pienamente europea e pienamente polacca o, per meglio dire, pienamente europea proprio perché pienamente polacca e viceversa.

Per questo c’è da augurarsi che se, come notava Teresa Kostkiewiczowa proprio nell’anno in cui la tradussi in Italia, “questo romanzo continua a incuriosire gli studiosi, anche stranieri, fino ad oggi” (“badaczy, również obcych, powieść ta intryguje do dziś”)[7], Mikołaja Doświadczyńskiego przypadki possa essere una lettura intrigante anche per i semplici lettori di oggi e del futuro, i quali fra gli ammonimenti del saggio Xaoo di Nipu o di altri personaggi del romanzo, e fra le avventure e le disavventure del nostro Mikołaj, potranno sempre trovare qualcosa che risulti loro immediatamente comprensibile e assolutamente moderno, se non “contemporaneo”. Prima fra tutte, forse, la propensione (involontariamente?) all’”utopia negativa” o addirittura “distopica” del romanzo (ne accennava già la citata Goscilo e ne hanno scritto più diffusamente Ciccarini e Maniscalco Basile[8]) che, pur parlando dei mali e dei guai infiniti di una Polonia (di un mondo) ormai sull’orlo del baratro, a quei mali e guai non contrappone se non sulla carta e “per modo di dire” un mondo ideale (Nipu, “An Island on which all becomes clear”– avrebbe scritto Wisława Szymborska  due secoli dopo in Utopia, dalla raccolta: Wielka liczbaA Great Number)[9], un’isola che alla fin fine – col suo ordine severo, rigoroso e noioso – si rivela assai peggio del mondo reale, preferendo il nostro protagonista riimmergersi nuovamente e – sempre Szymborska –  “with no return” (bezpowrotnie), ma con una nuova consapevolezza “in a life that’s not for comprehending” (“w życiu nie do pojęcia”, Szymborska, Utopia), qual era senz’altro la vita nella Polonia di fine Settecento, e qual è del resto ogni vita, anche la nostra…

 

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Romanzo educativo e di formazione, romanzo utopico e robinsonade, romanzo satirico e di costume, romanzo filosofico e di avventure (meno dispersivamente di noi, a suo tempo Jan Kott parlava dell’unione in Doświadczyński di tre generi letterari: biografia, viaggio filosofico e roman pedagogico)[10]. E anche qui, nonostante la ben evidente costruzione simmetrica e circolare delle sue tre parti (che in qualche misura parrebbero perfino lontanamente ricordare una sorta di schema “dantesco”), si potrebbe oggi proporne una lettura svincolata dalla logica rigorosa (e didascalica) che lo governa, quasi fosse un romanzo-collage (come avrebbero detto i critici post-strutturalisti), e certo ne rimarrebbero le parti narrativamente più felici: quelle satiriche del Libro primo ( se non altro la gotta patriottica e le frequenti commozioni alcooliche del babbo di Niccolò, le esilaranti scene tribunalesche, la fervida vita mondana della Parigi rococò, ma forse anche l’horridus delle miniere d’argento di Potosì nel libro III, e certe massime del saggio Xaoo, fatte di quei piccoli grandi valori, ideali e varia umanità, che raramente, ma ancora oggi, s’incontrano in qualche isola felice.

L’isolano primitivo, frutto dell’immaginazione utopica del Principe Vescovo di Varmia Ignacy Krasicki, non giungerà ovviamente all’estrema conclusione sulla civiltà europea, alla quale giunse più d’un secolo più tardi Tuiavii of Tiavea, il saggio capo indigeno dell’isola di Samoa, che agli inizi del ‘900 – almeno a detta del “raccoglitore” (suggeritore?) dei suoi Discorsi, lo scrittore tedesco Erich Scheurmann –  aveva compiuto un viaggio in Europa, venendo a contatto con gli usi e costumi del “Papalagi”, l’uomo bianco. Per Tuiavii: “The Papalagi proves us by himself, that thinking is a severe disease, decreasing the value of a man manifold”[11]. Candido, Gulliver, il nostro Doświadczyński/Wisdom, non avrebbero mai potuto incontrare nessun utopico isolano in grado di minare lo stesso fondamento delle nostre società di cultura: il raziocinio. Eppure anche nelle massime pacate e assennate del buon selvaggio Xaoo troviamo espressioni di intransigente denuncia degli usi e abusi sociali dell’intelligenza:

 

Your tainted intellect has concocted some sort of curious studies that we by the grace of the Supreme Being do not have or wish to have here (Book Two, Chapter Four, p. 69).

 

O ancora:

 

First of all, your education, in terms of both objectives and methods, is perverse. Second, you impede its progress by becoming encumbered with petty matters. Third, you are overconfident about your powers of reasoning. All kind of prejudice cloud your intellect. Fourth, fickleness and thoughtlessness guide and take control of you. Lastly, an entirely unjustifiable ambition has blinded all of you to such a degree that you have an extremely high opinion of yourselves. Therefore, you take for granted, on the one hand, that your inner excellence is lacking in nothing and, on the other, that to satisfy your outer happiness you are in need of everything. […] In short, the greater value you place on yourselves, the unhappier you become (Book Two, Chapter Six, pp. 75-76).

 

Forse dunque è per questa lezione di buon senso sul rapporto non sempre direttamente proporzionale tra civiltà e intelletto da una parte e umanità e felicità dall’altra, che ancora oggi possiamo leggere in modo utile e dilettevole, come si diceva allora, il romanzo utopico settecentesco[12] e far ancora tesoro delle avventure ed esperienze del nostro Doświadczyński/Wisdom.

 

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Ignacy Krasicki, nato nel 1735 nei pressi di Sanok (Polonia sud-orientale, o meglio Rutenia) e morto a Berlino nel 1801, nel lemma enciclopedico di uno dei principali dizionari della letteratura polacca appare come «poeta, prosatore, pubblicista, commediografo, il più illustre rappresentante della letteratura dell’illuminismo polacco, chiamato dai contemporanei „Prince of Poets”»[13]. II criptonimo X.B.W. (Principe Vescovo di Varmia), col quale Krasicki firmò molte opere e articoli pubblicistici, sta come a sottolineare la sua appartenenza ai ranghi più elevati del Primo e Secondo Stato nella Polonia dell’epoca. In realtà si trattò di una carriera all’inizio tutta da costruire e, ciò che più conta, costruita anche grazie alla più aspra critica proprio dei due ceti, ecclesiastico e aristocratico, alla cui élite Krasicki aspirava ad appartenere, e alla fine appartenne. La sua adesione al classicismo propugnato alla corte dell’ultimo re di Varsavia, Stanislao Augusto Poniatowski, e il suo maggior negozio coi generi della letteratura „impegnata” prediletti da quel canone estetico (satira, favola, epica – quest’ultima invero non troppo riuscita -, poema eroicomico, questo sì, riuscito, a motivo della sua innata, faconda propensione all’estro e all’ironia) sono segni di una ben precisa scelta di campo. Furono del resto la sua carta vincente. E non per caso, allora, il periodo d’oro dell’attività letteraria di Krasicki, racchiusa nel decennio 1775-1785, coincide, negli anni immediatamente successivi alla prima parziale spartizione della Polonia fra Prussia, Austria e Russia (1772), con la fase più intensa di quel grandioso e vano tentativo di ricostruzione politica e culturale della Repubblica nobiliare, il cui centro vitale furono proprio la corte del re Stanislao Augusto e tutte Ie sue emanazioni in campo culturale, a cominciare dalla pubblicistica del «Monitor». L’utilitarismo pedagogico sostenuto dall’ala classicista deli’illuminismo polacco fece poi sì che proprio il suo maggior artefice comprendesse più di tutti l’importanza di generi letterari nuovi, trascurati o addirittura disprezzati dal canone estetico del classicismo. Da questo „utilitaristico” colpo di genio del Principe Vescovo di Varmia nacque il romanzo polacco moderno.

 

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Il romanzo di Krasicki[14] riscosse un successo enorme nella Polonia in via di dissoluzione della seconda metà del ‚700. II libro ebbe quattro edizioni in tre anni (di cui una “corsara” a Leopoli nel 1779) e, nello stesso anno di uscita, fu tradotto e pubblicato in tedesco (Begebenheiten des Nicol. Doświadczyński, Warschau 1776). Nel 1818 poi ne sarebbe seguita una versione francese.

Dopo una lunga e fortunata serie di traduzioni dei più famosi romanzi europei del secolo dei Lumi, fu dunque proprio il Doświadczyński a dar origine a una successione di filiazioni indigene, ad opera dello stesso Krasicki e di altri, che segnarono l’ingresso in massa del „disprezzato genere” del romanzo anche nella letteratura polacca[15]. In tal senso potremmo arrischiare per Krasicki la definizione di „nomoteta” del romanzo polacco. Fra coloro che nel recente passato hanno seguito con particolare cura e dedizione Ie vicende della prosa narrativa settecentesca in Polonia, e di Krasicki in particolare, è stato l’italiano Sante Graciotti, ai cui studi, importanti e illuminanti, rimandiamo anche noi con piacere[16].

Ricordiamo tuttavia alcuni fatti, perché il lettore inesperto di Doswiadczynski e affini possa almeno avere un generico quadro della situazione. I passi da gigante fatti dal romanzo polacco nella seconda metà del ‚700, e in particolare fino al „nomoteta” Krasicki, sono infatti palesemente riconoscibili mettendo semplicemente a confronto certe date, grazie all’ottima Bibliografia del romanzo polacco 1601-1800 redatta da Jadwiga Rudnicka e all’indispensabile commento storico-letterario fattone da Zofia Sinko nel suo libro su Il romanzo europeo occidentale nella cultura letteraria dell’llluminismo polacco[17]. Particolarmente tumultuosa e la prima fase in cui alle nuove traduzioni si affiancano numerose riedizioni di romanzi ancora di origine medievale (Alessandro, Ottone, Magellona, Melusina ecc.). In questa fase che si può considerare racchiusa tra Ie date del 1750, anno della prima versione in prosa del Télémaque di Fenelon e il 1777, in cui esce a Vilna la traduzione di Le diable boiteaux di Lesage (del quale nel 1769 era già apparsa anche una versione di Gil Blas), troviamo tradotti in polacco: La vita della contessa svedese von G. di Christian Gellert (1755), Manon Lescaut di Prévost (1769), Robinson Crusoe di Defoe (1769, dall’adattamento francese del Feutry), Belisario (1769) e i Racconti morali di Marmontel (1776), Zadig di Voltaire (1773, e altre quattro edizioni fino al 1790) ecc. ecc.

Proprio considerando questa commistione di “vecchio” e “nuovo” nel romanzo dell’età stanislaviana fino a Krasicki (che del resto non fa che continuare un trend tipico del sistema letterario polacco nel Settecento, assai forte già in epoca sassone[18], forse il periodo più “sperimentale” di tutta la storia della letteratura polacca, Jan Kott, nel suo citato articolo di cinquant’anni fa, proponeva la metafora dei due orologi, dei quali uno segnava la contemporaneità polacca, l’altro quella europea[19]. In tal senso, continuando la metafora, si potrebbe anche dire che Krasicki col suo Doświadczyński abbia voluto come sincronizzare Ie due pendole del romanzo polacco a un orario, per così dire, di compromesso: spostando un po’ indietro Ie lancette dell’orologio europeo (all’epoca di Robinson, Gulliver e Candido) e facendo avanzare quelle dell’orologio polacco, di più secoli nel caso degli anonimi Alessandri e Ponziani, e di almeno un secolo, nel caso del Calloandro del Marini (riedito per l’ultima volta in polacco nel 1762) e di Ciro e Clelia della de Scudery, fino al quasi contemporaneo Doświadczyński. E del resto è assai significativo che la grande stagione della prosa illuminista francese e inglese in Polonia sarà proprio quella immediatamente successiva, con Ie traduzioni di Candido ( 1780) e di quasi tutti i racconti di Voltaire, del Gulliver di Swift (1784), di Roderyck Random di Smollet(1785), di Joseph Andrews e di Amelia (entrambi nel1787) e più tardi del Tom Jones (1793) di Fielding, ecc.

Come notavano ancora Jan Kott e, dopo di lui, Zofia Sinko[20], non c’è posto in questa lista per i romanzi di Richardson. Eppure uno dei maggiori editori dell’epoca, il varsaviano Gröll, nei suoi cataloghi del 1769, 1770 e 1772 aveva annunciato l’uscita in 17 volumi di Pamela, Clarissa Harlowe e Grandison, che poi non videro mai la luce in lingua polacca. Significativo anche che nella Polonia del XVIII secolo non furono tradotti né il Viaggio sentimentale di Sterne, né il Werther di Goethe, né La Nouvelle Heloise di Rousseau (quest’ultima fu anzi considerata dal «Monitor» del 1770 uno dei libri empi della nuova epoca).

Vi sono fondamentali motivi sociologici e storici tout court dietro queste scelte di vasta portata storico-letteraria. Tuttavia a mio modesto avviso si potrebbe anche dire che fu proprio il Doświadczyński di Krasicki, col suo messaggio eminentemente pedagogico e sociale, a bloccare significativamente l’ingresso in Polonia del romanzo sentimentale e psicologico[21]. Se guardiamo alla trama del nostro romanzo, non vi troveremo niente o quasi niente sulla vita interiore del protagonista e degli altri personaggi. Il Principe Vescovo di Varmia avrebbe certamente sottoscritto il giudizio espresso dal quasi contemporaneo Novalis nei suoi Frammenti di estetica, secondo cui «i romanzi sentimentali appartengono alia medicina, alia storia delie malattie»[22]. Ed ecco che anche il breve idillio amoroso con Julie, a Krasicki serve da una parte amettere alla berlina il romanzo barocco, così in voga ancora in piena età stanislaviana in Polonia, dall’altra a prevenire, con l’arma finissima di un finto realismo quasi-borghese, lo sviluppo del romanzo sentimentale:

 

Had I wished to adhere to the style of romances, I would have made a fourth book out of Julie’s story. […] Julie’s experiences were not so extraordinary as that: an aunt took her out of the convent and brought her to Lithuania. A wealthy widower made her acquaintance, liked her, wished to marry her, and did so. Having no close relatives of his own, he bequeathed his fortune to her and in a year’s time died himself (Book Three, Chapter Seventeen)

 

Dunque il romanzo come arma sociale e pedagogica: nella Polonia di Stanislao Augusto sono gli anni della K.E.N., la Commissione per l’Istruzione Nazionale, primo ministero per l’educazione pubblica in Europa, e sono gli anni del grande dibattito socio-politico e istituzionale seguito alla prima delle tre spartizioni; quel dibattito che, si può dire, sfocerà da una parte nella Carta Costituzionale del 3 maggio 1791, dall’altra, nel 1795, nel definitivo smembramento del Regno fra Ie tre potenze confinanti. Una scelta, quella di Krasicki, evidentemente ancorata alla più immediata contemporaneità, ma che in fondo, con qualche luminosa eccezione (Schulz, più che Gombrowicz, il quale anzi, per tanti versi – tra l’altro per la costruzione circolare e tripartita del suo capolavoro Ferdydurke, anche questo un romanzo di formazione – potrebbe essere perfino considerato un erede quasi diretto del Principe Vescovo di Varmia), avrà effetti su tutta l’ulteriore evoluzione della prosa narrativa polacca, fin quasi ai nostri giorni. Caso evidente quello dei «romanzi sacco» di Witkiewicz, che aspirano dichiaratamente al rango di romanzi filosofici e non per caso presentano un forte elemento, direi, “distopico” che, pur nel loro modo bizzarro e verboso, ne determina la valenza sociale e pedagogica. E che dire dei generi del romanzo-saggio, della «prosa parlata» e del reportage, che tanta fortuna hanno riscosso nella narrativa polacca contemporanea, da Brandys a Kapuściński, da Wat a Andrzejewski, a Herling-Grudziński?

Anche in questo, allora, e grazie al suo miglior fabbro, Ignacy Krasicki, l’illuminismo in Polonia sembra davvero essere la «soglia della contemporaneità»[23], se vogliamo usare la bella immagine che dà il titolo a un libro recente della massima studiosa del Settecento polacco, la quale del resto era anch’essa convinta che “in quanto primo romanzo polacco moderno, Doświadczyński mostrò la strada e le possibilità di sviluppo di questo genere nelle lettere polacche”[24].

Leggere oggi Ie avventure e i casi del primo eroe del romanzo polacco moderno con un occhio tenuto fermo sulla nostra stessa contemporaneità non sarà poi dunque un’operazione tanto anacronistica e immotivata: siamo infatti proprio sicuri che certe sedute della Dieta, descritte in questo romanzo del 1776 siano del tutto diverse da quelle di tanti parlamenti e altri consessi politici di oggi? E la giustizia dei tribunali in tante parti del mondo (ferrea coi poveracci e assai meno coi ricchi e potenti di ogni risma) è davvero tanto evoluta rispetto a quella della Polonia ancora “sarmatica”? E c’è differenza tra i maîtres-à-penser Damon e Fickiewicz del nostro “romanzo utopico” e certi “intellettuali mediatici tuttologi” dei nostri giorni, onnipresenti su giornali, internet e televisioni? E il rapporto che nelle nostre società dell’”immagine” e del “success” si tende oggi ad avere con l’istruzione e la cultura in genere, è tanto diverso da quello che avevano padre, madre e servitù del nostro piccolo Nicholas?

 

Education. I could hardly consider it something good, since I was threatened with it as thug it were a punishment. I thus came to the conclusion that it could not help but be something unpleasant and painful. Having never seen anyone in our house read from a book except in church, I had supposed that the happiness of adults was founded on not having to study (Book One, Chapter Two, p. 13)

 

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Fra gli ammonimenti di Xaoo al nostro Doświadczyński, tutti in fondo improntati a tollerante buon senso e moderazione, uno colpisce per l’estrema veemenza non tanto verbale (la lingua del Krasicki poeta e del prosatore è sempre «se stessa», «chiara e duttile»[25], come la definì Wacław Borowy, soprattutto ironica), quanto per l’effettiva violenza dei fatti che descrive: i corrotti, i traditori della patria non meritano nessuna pietà; persino i canti che commemorano «a imperitura memoria» Ie loro gesta nefande, contengono delle «terribili maledizioni» contro di essi. La stessa durezza si ritrova del resto nel «Libro terzo» del romanzo, nelle accorate parole del saggio Americano contro «il tradimento, la violenza e la cupidigia» dei conquistadores spagnoli.

Non v’è dubbio che sotto questo atteggiamento di Xaoo, dell’Indio americano (e di Krasicki) vi sia l’amaro e sempre attuale avvertimento anti-imperialistico e anti-capitalistico ante litteram di Jean-Jacques Rousseau: «Date denaro e presto avrete catene»[26]. E in questo contesto varrà la pena ricordare che ancora nel Seicento, Polonia, Lituania e terre ucraine venivano chiamate da alcuni viaggiatori e mercanti, specie italiani, le «Indie d’Europa», e, a partire dal Settecento fin quasi ai nostri giorni, sarebbero state trattate come vere e proprie terre di conquista dagli „illuminati” e più „progrediti” imperi confinanti.

D’altro canto è proprio prendendo spunto da quella eccezione nella pacata conversazione del buon selvaggio nipuano che possiamo almeno provare a intuire il dramma che avvolge lo sviluppo di tutta la letteratura polacca moderna e contemporanea, di cui, con Doświadczyński, siamo per ora «sulla soglia»: una letteratura che, forzatamente «minore» (anche per quei motivi storici e storico letterari, ben intuibili, ma di troppo vasta portata per essere appena minimamente toccati in questa sede), ha dovuto come rinchiudersi in se stessa e, senza che si possa neanche fare un’eccezione per il grandioso fallimento del messianismo romantico, praticare troppo a lungo un proprio angusto moralismo e didatticismo, non tanto diverso, dunque, da quello predicato e razzolato da Xaoo e dai suoi «concittadini» di Nipu.

Ma forse è stato anche grazie a quella «chiusura» che, un po’ come gli abitanti di quell’isola utopica, i polacchi hanno potuto salvare la propria cultura e i propri destini storici, nonostante le ripetute, violente aggressioni e annessioni ad opera degli assalitori esterni e l’opera nefanda dei traditori interni della loro patria. Ora che quella «chiusura» sta lentamente, e dolentemente, perdendo la sua ragion d’essere, e che letteratura e cultura polacca hanno potuto ormai mostrare al mondo alcuni fra i loro gioielli di maggior pregio – nella poesia di Miłosz, di Herbert, Różewicz o della Szymborska; nel teatro di Kantor o di Mrożek; nei film di Wajda e Kieślowski, nella prosa di Kapuściński o di Tokarczuk –, molti di noi, annoiati e smagati lettori e spettatori „occidentali”, continuano, fors’anche giustamente, a stupirsi. Come sottintendeva anche Fredric Jameson nel citato articolo su La bambola di Prus, una delle cause principali di tale meraviglia risiede senza dubbio nell’ignoranza atavica, in questo nostro Occidente ormai del tutto „occidentalizzato”, della grande tradizione letteraria polacca, della quale Krasicki è uno degli apici più alti e luminosi. La sorpresa resta comunque un impulso positivo, e dunque ci meraviglino pure queste avventure del nostro Doświadczyński/Wisdom, primo di una lunga serie di eroi mancati o “rinunciatari” del romanzo polacco, e possa essere una lettura utile e dilettevole anche per noi che per tanti versi in fondo restiamo suoi “eterni contemporanei”.

Przypisy

  1. Mi permetto di rinviare qui a Luigi Marinelli, Kanony i kanonady. O kanonie “europejskim” i literaturach “mniejszych” (na przykładzie literatury polskiej) [Canons and cannonades. On „European” canon and „lesser” literatures (on the example of Polish Literature)], in Europejski kanon literacki. Dylematy XXI wieku, red. E. Wichrowa, Wydawnicwo UW, Warszawa 2012, pp. 90-106, dove tra l’altro mi riferisco ampiamente alle posizioni espresse da Gombrowicz su questi temi nel Diario (ad esempio nei saggi su Dante e su Sienkiewicz) e ovviamente nel romanzo Trans-Atlantyk.
  2. Il cognome Doświadczyński (che in italiano tradussi, mi pare piuttosto letteralmente, come “d’Esperientis”) è chiaramente modellato su quello delle numerose figure e figurine, dai nomi altrettanto ammiccanti, presentate sulle colonne del <<Monitor>>, la principale rivista dell’illuminismo polacco, fondata, con altri, dallo stesso Ignacy Krasicki, che con maggiore o minore regolarità uscì bisettimanalmente fra il 1765 e il 1785. Eccone alcuni altri: Pustomyślska (Sig.ra Pensavuoto), Zygmunt Prawdzicki (Sigismondo Veritieri), Wygodnicki (de Comodis), Makaroński (de Maccheronis), Oszustoszczerecki (Sinceringanni), Lubożonski (Amamogli), Nieborakiewicz (de Miserellis) ecc. ecc. Da questo punto di vista la scelta del traduttore inglese di rendere il cognome del nostro Mikołaj/Nicholas con “Wisdom” non sembra felicissima, perché alle “esperienze” che rappresentano la chiave di volta nel romanzo di formazione del protagonista e il nucleo stesso della sua trama avventurosa (v. nel titolo: Przygody/Adventures), sostituisce l’esito del difficile e incerto raggiungimento di una pacata “saggezza” realistica, cioè al tempo stesso né cinica né utopica, nel suo veloce finale.
  3. Nella traduzione americana del compendio di Moretti, pubblicata cinque anni dopo, il titolo di questo saggio sarebbe stato variato in: F. Jameson, A Businessman in Love, in The Novel, vol. 2. Forms and Themes, edited by F. Moretti, Princeton University Press, Princeton 2007, pp. 437-446, e da questa versione tradotto anche in polacco: Zakochany Biznesmen, in “Teksty Drugie”, 2010 nr.1/2, pp. 267-277.
  4. F. Jameson, A Businessman in Love, op. cit., p. 437.
  5. H. Goscilo, Polonia 1776. Ignacy Krasicki, Le avventure di Niccolò d’Esperientis, in AAVV, Il romanzo, a c. di F. Moretti, vol. III. Storia e geografia, Einaudi, Torino 2003, pp. 533-539 (la citazione da p. 533).
  6. Cfr. H. Goscilo, Introduction, in I. Krasicki, The Adventures of Mr. Nicholas Wisdom, transl. by Th. H: Hoisington, NUP, Evanston – Illinois 1992. Qui nel testo le citazioni più ampie dal romanzo provengono da questa edizione, con indicati fra parentesi il numero del Libro, del Capitolo e il relativo numero di pagina/e.
  7. Teresa Kostkiewiczowa, Mikołaja Doświadczyńskiego przypadki, in Eadem, Studia o Krasickim, IBL, Warszawa 1997, p. 98. Della stessa studiosa varsaviana si veda anche il saggio precedentemente pubblicato in lingua francese: Ignacy Krasicki et son roman Aventures de Nicolas Doświadczyński, <<Literary Studies in Poland>>, XXIII, Jan Potocki and the Writers of Enlightenment, Wrocław, Ossolineum, 1990, pp. 93-115.
  8. Cfr. Marina Ciccarini, Gianni Maniscalco Basile, Agli albori dell’utopia negativa: le Avventure di Niccolò d’Esperientis, in AAVV, Nel mondo degli Slavi. Incontri e dialoghi tra culture. Studi in onore di Giovanna Brogi Bercoff, a c. di M. DI Salvo, G. Moracci, G. Siedina, vol. I, FUP, Firenze 2008, pp. 95-110.
  9. W. Szymborska, Utopia, in Eadem, Poezje/Poems, transl. And ed. By M. J. Krynski, R. A. Maguire, WL, Kraków 1989, pp. 204-206.
  10. Cfr. J. Kott, Wokół Doświadczyńskiego. Z zagadnień powieści polskiego Oświecenia [lntomo a Doświadczyński. Sui problemi del romanzo illuministico polacco], in AA.VV., Prace o literaturze i teatrze ofiarowane Zygmuntowi Szweykowskiemu, Ossolineum, Wrocław 1966, p. 59.
  11. Fonte: Speeches of Tuiavii of Tiavea, a South Sea Chief, The Papalagi, recorded by Erich Scheurman, published by Real Free Press International, Oude Neuwstraat 10, Amsterdam 1974 (online: http://archive.is/zoXeL#selection-675.0-717.4). (in ital. cfr. Tuiavii di Tiavea, Papalagi, StampaAltemativa, Roma 1992, p. 58).
  12. Su questo tema vale proprio la pena di leggere il breve, intenso capitolo Progres et Utopie nel bel libro di Frederic Rouvillois, L’invention du progres. Aux origines de la pensee totalitaire (I 680-17 30 ), Paris, Kimé, 1996, pp. 79-92.
  13. Literatura polska. Przewodnik encyklopedyczny, vol. l, Warszawa, PWN, 1984, s. v. „Krasicki”.
  14. Il titolo completo dell’originale polacco nella prima edizione suonava: Mikołaja Doświadczyńskiego przypadki, przez niego samego opisane, na trzy księgi rozdzielone [Avventure di Niccolo d’Esperientis, da lui stesso narrate e divise in libri tre], Warszawa, Gröll, 1776.
  15. A parte la „continuazione” del Doświadczyński nel romanzo „morale” dello stesso Krasicki Pan Podstoli [Il Signor Sottoscalco], pubblicato a Varsavia neł 1778, il più diretto discendente della genealogia dei Wisdom/Doświadczyński fu senz’altro Wojciech Zdarzyński [Adalberto degli Eventi] di Michał Dymitr Krajewski (Varsavia 1785), il cui schema fabulare è direttamente modellato su quello del primo romanzo krasickiano e dove, nelle ancora più diffuse reminiscenze swiftiane, vengono ulteriormente accentuate Ie caratteristiche del genere utopico e la satira sociale.
  16. Cfr. Sante Graciotti, II vecchio e il nuovo nel «Pan Podstoli» di Krasicki, <<Ricerche slavistiche>> VII, 1959, pp. 63-136; Attorno al «Polak w Paryżu», in AA.VV., Studi in onore di E. Lo Gatto e G. Maver, Firenze, Sansoni, 1962, pp. 299-312; Sulla biblioteca di Krasicki. II registro di Sucha e il fondo della Collegiata di Łowicz, <<Ricerche slavistiche>> X, 1962, pp. 75-119; Krasicki et la culture de son temps: de la pédagogie a la poésie, in AA.VV., Literatura. Komparatystyka. Folklor. Księga poświęcona Julianowi Krzyżanowskiemu, Warszawa 1968, pp. 212-252; Inwentarz biblioteki Ignacego Krasickiego [Inventario della biblioteca di I. Krasicki) (coautore: J. Rudnicka), Wrocław, Ossolineum, 1973; L’utopia nella letteratura dell’ llluminismo polacco, <<Ricerche slavistiche>> XXII-XXIII, 1975-1976, pp. 179-206; <<Pamiętniki filozofa samotnika>> Piotra Chiariego, [La traduzione polacca dell’ <<Uomo di un altro mondo>> dell’ Abate Chiari], <<Slavia>> XLV, 1976 n. 3, pp. 277-281; Introduzione a: I. Krasicki, Wybór liryków [Liriche scelte], Wrocław, Ossolineum, 1985, pp. III-L; L’idea di popolo e nazione nel Settecento polacco tra il mito nobiliare e l’utopia democratica, in AA.VV., Cultura e nazione tra Italia e Polonia dal Rinascimento all’Illuminismo, Firenze, Olschki, 1986, pp. 97-120; II classicismo antropologico di Krasicki ovvero Luciano contra Plutarco, <<Europa Orientalis>> X, 1991, pp. 7-26; L’utopia nell’opera di Ignacy Krasicki, <<Rivista di Letterature moderne e comparate>> XLVII, 1994 n. 2, pp.115- 134.
  17. Cfr. J. Rudnicka, Bibliografia powieści polskiej 1601-1800, Wrocław, Ossolineum, 1964; Z. Sinko, Powieść zachodnioeuropejska w kulturze literackiej polskiego Oświecenia, Wrocław, Ossolineum, 1968.
  18. Cfr. P. Buchwald Pelcowa, „Stare” i „nowe” w czasach saskich, in AAVV, Problemy literatury staropolskiej 3, red. J. Pelc, Ossolineum, Wrocław 1978, pp. 95-143. Del resto come non essere d’accordo con chi ritiene che ogni epoca della cultura, dell’arte, della letteratura sia sempre costituita da una variegata mistura di „vecchio” e „nuovo”? (cfr. ad es. Jan Białostocki, „Stare” i „nowe” w myśli o sztuce, in Idem, Refleksje i syntezy ze świata sztuki, Warszawa 1978; oppure Ryszard Nycz sul rapporto inclusivo del postmodernismo verso il modernismo, in Idem, Język modernizmu. Prolegomena historycznoliterackie, III ed., WNUMK, Toruń 2013, in particolare pp. 44-47).
  19. Cfr. J. Kott, op. cit., pp. 40-41.
  20. Cfr. J. Kott, ivi, pp. 48-51; Z. Sinko, op .cit., pp. 153-167.
  21. Non intendiamo dire che non ci siano stati in Polonia, anche prima di Krasicki, tentativi in direzione del genere sentimentale alla Richardson (è il caso almeno del bizzarro Giunta alle «Note giovevoli alla completa felicità di chi si accasa>> [Przydatek do «Uwag zupełnemu stanowiących się szczęściu służących», 1746], romanzo epistolare di Aleksander Paweł Zatorski); né che in seguito non vi sarà un vero e proprio romanzo sentimentale, sviluppatosi all’inizio dell’Ottocento e giunto al suo apice nelle opere di Maria Wirtemberska, specie nel suo capolavoro Malvina, o la perspicacia del cuore [Malwina, czyli domyślność serca, 1816). Intendiamo altresì affermare che il modello del romanzo pedagogico-morale instaurato da Krasicki col suo Doświadczyński è stato quello ampiamente dominante per tutto il corso della letteratura polacca, realisti e naturalisti del cosiddetto Positivismo compresi, ovviamente. È solo nella fase della Giovane Polonia [Młoda Polska] che la prosa psicologica sembra prendersi una temporanea rivincita nel romanzo polacco, benché anche qui la problematica interiore si trovi spesso appaiata con quella filosofico-esistenziale (Berent) o addirittura con quella politica (Strug).
  22. Cito nella traduzione di Enrico Pocar, dall’edizione: Novalis, Frammenti, introd. E. Paci, Milano, BUR, 1976, p. 326.
  23. Cfr. Teresa Kostkiewiczowa, Oświecenie – próg naszej współczesności, Warszawa, Semper, 1994.
  24. T. Kostkiewiczowa, Mikołaja Doświadczyńskiego wypadki – propozycja lektury, in Eadem, Studia o Kraskickim, cit. p. 98.
  25. Cfr. Wacław Borowy, Krasicki, in Idem, O poezji polskiej w wieku XVIII, Warszawa, PIW, 1978, p.168 e p.162.
  26. II contratto sociale, Libro III, cap. XV; cito dall’edizione: J.J. Rousseau, Scritti politici, a c. di M. Garin, vol. 2, Bari, Laterza, 1971, p. 162.